L’analisi del centro storico di Pietramala - Cleto
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Segmenti di ricerca tra le pieghe dello spopolamento

Lo studio dei centri abbandonati o in via di abbandono ha in anni recenti ritrovato il giusto spazio con l’avvio di analisi antropologiche, architettoniche e archeologiche.

Anche se quello dello spopolamento è naturalmente un problema sociale di grande rilevanza che necessita di considerazioni profonde e specifiche, si può intanto evidenziare che a questioni più intimamente legate alle dinamiche del popolamento, alla gestione degli spazi e alle questioni sociali, vengono oggi fortunatamente associate le tematiche connesse alla cultura della conservazione del costruito. Tematiche che non sono naturalmente rigidamente legate al puro aspetto conservativo dell’edilizia, sia essa povera o di qualità, ma che riflettono la necessità di tramandare quel complesso sistema di tradizioni costruttive che consente oggi di definire l’identità di insediamenti o specifiche aree geografiche. Necessità che si mostra ancor più forte se si considerano gli scriteriati interventi di recupero dei centri storici finora in più parti eseguiti.

Negli ultimi anni, così come non sono mancati gli studi di antropologica o sull’ambiente, il tema della conservazione degli abitati calabresi, nella loro definizione urbanistica e architettonica, è stato oggetto soprattutto in ambito universitario di forte impegno scientifico e didattico.

Per quel che riguarda Cleto è stata portata avanti, a più riprese, una prima lettura del centro storico prestando anche attenzione alla diffusa presenza di unità abitative rupestri, silos e cisterne, preziose testimonianze di quella civiltà del “vivere in grotta” tanto diffusa nel Mediterraneo.

Il centro storico di Cleto è localizzato nell’alta valle del fiume Torbido, tra i rilievi della Catena Paolana meridionale, ed in particolare sui pendii rocciosi del monte Sant’Angelo, a circa 300 metri s.l.m.

L’insediamento, indicato fin dal basso medioevo con il nome di Pietramala o Petramala, prese dopo l’unità d’Italia il nome di Cleto. Ciò sulla base di quanto riportato da Barrio e Fiore che riferivano di una mitica fondazione del centro da parte di Cleta, nutrice di Pentesilea, regina delle Amazzoni.

Il territorio di Cleto, che occupa anche parte della valle del Savuto, sin dall’antichità importante via di penetrazione verso l’interno, ha restituito non poche testimonianze antiche che confermano l’esistenza di numerosi e articolati insediamenti posti sia lungo il percorso strettamente costiero che nelle più interne aree collinari o montuose.

La stessa area su cui oggi sorge l’abitato di Cleto fu quasi certamente frequentata già in epoca molto antica, così come sembrerebbe suggerire la presenza, favorita dalla particolare conformazione rocciosa, di numerose unità rupestri. Tali unità, sebbene frequentate in età medievale e moderna, analogamente a quanto si registra in molti altri insediamenti della Calabria, della Puglia, della Basilicata e della Sicilia, presentano talvolta non poche similitudini con le grotticelle funerarie rinvenute a Cozzo Piano Grande di Serra d’Aiello, datate alla media Età del Bronzo (XVI – metà del XIII secolo a.C.).

In età medievale, la necessità di difendersi e di controllare la linea di costa ha condizionato non poco lanascita e lo sviluppo degli insediamenti, tanto che una delle principali caratteristiche di questa stretta fascia di territorio è quella di essere punteggiata di fortificazioni sviluppatasi in maniera organica a partire dall’età angioina ma con importanti preesistenze di età normanna.

L’insediamento di Cleto è dominato dalle robuste strutture del castello costruito nella seconda metà del XIII secolo per volere di Carlo I d’Angiò. Tuttavia, le recentissime indagini svolte all’interno della fortificazione hanno permesso di ipotizzare una frequentazione dell’area già in età bizantino – normanna ( X - XI sec.).

Pietramala era cinta da mura integrate da torri circolari ancora oggi ben riconoscibili e nel borgo, oltre che nel castello, é possibile scorgere i segni raffinate espressioni edilizie.

Il borgo, nonostante alcuni interventi di restauro, risulta in via di progressivo abbandono e la maggiore concentrazione di abitazioni oramai vuote si registra soprattutto nel settore posto ai piedi della fortificazione.

Negli affioramenti di arenaria, sia nel centro storico che nei suoi dintorni, si aprono numerose grotte e cavità che evidenziano la complessità del nucleo rupestre cletese. Molte di queste grotte erano fino a qualche decennio fa ancora utilizzate dai contadini come ricoveri per gli animali o depositi per gli attrezzi agricoli Tuttavia, nonostante i frequenti riusi, e le parziali distruzioni operate durante i lavori di “riqualificazione” del centro storico eseguiti negli anni ‘90, in molti casi sono ancora ben riconoscibili i segni delle più antiche destinazioni d’uso.

Oltre alle grotte, si registra la diffusa presenza, nelle pareti e nei ripiani rocciosi, di più o meno profonde cavità destinate alla conservazione del grano e di altre derrate alimentari, e di canalizzazioni e vasche finalizzate alla raccolta e conservazione dell’acqua.

L’impianto urbanistico ricco di sopravvivenze medievali, le testimonianze rupestri, e le pregevoli note architettoniche e artistiche ancora esistenti, come il bell’esempio di finestra catalana, rendono oggi Cleto, con i suoi non numerosi abitanti, non solo uno straordinario laboratorio di ricerca ma anche un centro per cui vale la pena di impegnarsi affinché continui ancora a vivere.

Francesco Antonio Cuteri




Il Castello di Savuto tra sperimentazione e recupero

Per il recupero e la valorizzazione del Castello di Savuto, struttura complessa che ha subito nel tempo trasformazioni formali e strutturali, si prevede un approccio critico e multi disciplinare volto alla realizzazione di un progetto di conservazione che, mettendo in evidenza le tracce della sua storia, renda quanto più fruibili gli spazi a disposizione e preveda un piano di monitoraggio continuo per la salvaguardia delle sue antiche strutture.

Dunque, oltre all’utilizzo delle metodologie tradizionalmente applicate per i beni culturali diventa essenziale approfondire in dettaglio il quadro conoscitivo delle stratigrafie storiche che, se non adeguatamente indagate possono, con il continuo degrado dell’edificio, portare ad una perdita significativa di dati storico-architettonici.

In fase preventiva risulta quindi prioritario, al fine di definire gli interventi progettuali veri e propri, programmare specifiche indagini archeologiche ed avvalersi di strumentazioni tecnologiche idonee che possano accompagnare adeguatamente tutto l’iter di acquisizione dei dati, definizione progettuale degli interventi, monitoraggio e collaudo.

In tal senso, l’applicazione delle nuove tecniche di rilevamento terrestre tramite Scan Laser risulta essere la più completa ed efficace. La sperimentazione “pilota” eseguita nel Castello di Savuto nel luglio del 2008 ha permesso di comprendere appieno tutte le potenzialità di applicazione utili all nostro caso.

La “nuvola di punti” prodotta dalla scansione laser rappresenta il “calco digitale” di dettaglio dell’oggetto ripreso e dalle scansioni effettuate e dalla successiva elaborazione digitale è possibile acquisire in maniera rapida ed efficace tutte le informazioni qualitative e quantitative utili al fine di accompagnare l’intero iter progettuale. Dal rilievo di dettaglio al monitoraggio e successivo collaudo è possibile pertanto controllare in maniera sicura la futura fase di vita funzionale della struttura “castellare” nel totale rispetto delle sue valenze storiche e con l’aggiunta degli indiscutibili valori derivanti dal concetto di tutela e valorizzazione che fortunatamente caratterizza il nostro tempo e la nostra cultura.


Elena Di Fede, Domenico Sodaro